Rileggevo il mio ultimo post, salvato tra le bozze di questo luogo ormai abbandonato.
Di cose ne sono cambiate, mentre altre stanno per mutare.
C'è stato un momento in cui ho capito che non potevo più continuare a fingere, perchè fingere significava stare male, mostrarmi quella che non ero.
Fingere voleva dire far soffrire gli altri, la mia famiglia, il mio fidanzato ma... Soprattutto significava mancare di rispetto a me stessa.
Così una mattina, quando ancora tutti credevano che il problema fosse non voler discutere una tesi ormai pronta, ho preso il coraggio a due mani, e con il volto rigato dalle lacrime ho urlato "il problema è che mi mancano ancora 3 esami, ma non sapevo come dirvelo!"
Che vergogna. Mi sono vergognata ad essermi tenuta dentro questo peso immenso, per più di un anno. Mi sono vergognata ad aver finto per tutto quel tempo che mancasse così poco al traguardo.
Sono stata male, male davvero. Ho rischiato di perdere tutto, in primis la fiducia delle persone che amo. E forse, è giusto dire che non ho solo rischiato ma... che la fiducia l'ho davvero persa.


Ultimamente la mia vita va così, a rotoli. Circondata da novelli sposi e donne gravide, mi domando quale sia il mio posto, ammesso che un posto in questo mondo io lo abbia. Se mi guardo intorno vedo gente costruirsi un futuro, mentre io sono qui inerme, ad osservare la mia vita scorrere, senza voler fare nulla per migliorarla e... Migliorarmi. Ho sofferto e sto soffrendo di attacchi di panico. Chiusa nella mia insicurezza, nelle mie insulse e finte certezze, con la mente viaggio a mille all'ora, abbandonando il mio corpo lì, alla fermata di quel treno chiamato vita. Perchè io mica sto vivendo. Se vivere significa sorridere, amare, essere amati, io mica sto vivendo. Sto sopravvivendo... E che senso ha sopravvivere se sai di non poter vivere? Sono stata male. Vomitavo sangue e non riuscivo più a dormire. Piangevo sempre, ovunque, anche per strada, perchè mi ero persa e non riuscivo a ritrovarmi. Ero disperata, perchè sapevo di non poter raggiungere quel traguardo, anche se tutti si aspettavano che lo facessi.
La testa affollata di parole, non mie. Ti laurei? Spero che prendi un bel voto. Facciamo la festa. Andiamo a mangiare la pizza. Facciamo tante foto. Poi vi sposate. Poi divento nonna. Quando ti laurei scattiamo un sacco di foto. Finalmente potrò farle capire che lei non è meglio di te. Mi vendicherò del fatto che lei ce l'ha fatta prima. Layla, non deludermi. Layla, se molli adesso mi darai un grosso dispiacere. Tutto questo desiderio mi ha fatta star male. Ad un tratto, non stavo facendo più una cosa solo per me. Lo stavo facendo per gli altri e soprattutto, per mia madre. Combattevo tra la voglia di renderla orgogliosa e la consapevolezza di non essere pronta. Così piangevo, mi disperavo. Prima in silenzio, poi sotto gli sguardi attoniti degli altri. Ricordo con rammarico uno dei più forti attacchi di panico che ho avuto: mentre cercavo di memorizzare quei concetti che non ne volevano sapere di entrarmi nella testa, presi un sacco nero, di quelli per buttare l'immondizia.

Non so nemmeno io da dove cominciare.
Il fatto è che quando butti nero su bianco, così, senza badare troppo alla forma, poi mica puoi sfuggire alla realtà. Ed io questo l'ho sempre saputo, motivo per cui ho rimandato tante volte la stesura di questo post.
L'11 Marzo il mio fidanzato ha subito un'intervento chirurgico e Dio solo sa quanto ho pianto e quanta paura ho avuto... A distanza di tempo non riesco a dimenticare tutte quelle sensazioni che per giorni mi hanno ridotta ad uno straccio. Ho seriamente temuto di perderlo, e non so se qualcuno può capirmi. Temevo di non vederlo più uscire dalla sala operatoria, e in un attimo sono stata sopraffatta dai ricordi e da quel sorriso che non sapevo se avrei rivisto... Perchè quando la persona che ami è sotto ai ferri, quando l'intervento dura più delle due ore e mezzo preventivate, un po' di preoccupazioni affollano il tuo cervello, inevitabilmente...
E mi son ritrovata in una corsia d'ospedale a stringere il libro delle preghiere, per trovare una forza che in quel momento non sentivo mia...
Ero alla continua ricerca di una mano, la sua, da poter stringere... Una mano che, in quelle ore interminabili, non trovavo tra quei letti che trasudavano speranza. E se per giorni avevo coltivato l'assurda convinzione che andasse tutto tremendamente bene e non c'era nulla di cui preoccuparsi, mentre attendevo l'esito dell'intervento, mi sono sentita schiava di un destino che non volevo accettare... Perché accettarlo significava anche arrendersi, alzare le mani al cielo e ammettere che noi avevamo perso. Come singole persone e forse un po' anche come coppia.

Mi sono persa tra le strade della mia città, con la testa colma di pensieri e la voglia di non tornare più. Ho avuto paura di affrontare un destino che faticavo a sentire mio, fatto di problemi e di scommesse vinte a metà. Mi sono sentita inadeguata, al posto sbagliato al momento sbagliato, dovendo talvolta soffocare le mie emozioni e quelle poche ragioni che sapevo di avere. Ho visto sogni prendere forma e allo stesso modo disintegrarsi sotto un cielo stellato, con mio stupore e dispiacere.
Mi sono illusa troppe volte di potercela fare, di poter diventare qualcuno, anche quando il mondo intero sosteneva il contrario.
Ho lasciato altresì che la vita facesse il suo corso, a volte travolgendomi, altre volte scivolandomi addosso.
Mi sono chiesta infine, che senso avesse ritornare a scrivere dopo tanto tempo, in un angolo così sperduto del web. Ho creduto davvero che questo tempo non lasciasse più spazio ai pensieri, alla voglia di raccontarsi e riscoprirsi. Ma mi sbagliavo.
Scrivere fa sempre bene, per qualsiasi motivo lo si faccia. La scrittura scalda il cuore, attraversa l'anima e sì, distende anche le rughe. Ed io di rughe, in questo lasso di tempo, ne ho accumulate fin troppe. Mi sono ritrovata in una corsia d'ospedale, le mie mani intrecciate alle sue, nella speranza di infondergli coraggio anche se, io per prima, di coraggio non ne avevo. Ho pregato perchè tutto si risolvesse e con amore, ho desiderato il suo dolore, pur di non vedere più la preoccupazione scavargli il viso.

È già mezzanotte, aspetto di sentire lui che non chiamerà.
I pensieri si susseguono vorticosamente e sono consapevole del fatto che scrivere a quest'ora mi farà male, come sempre del resto.
Mi privo di quella sicurezza, di quella noncuranza che abbraccio durante il giorno, per vestirmi di quei pensieri brutti e scarni che nessuno vorrebbe.
Non sono triste ma dispiaciuta.
Non sono arrabbiata ma un po' più sola e rassegnata.
Penso alla mia vita e alla sua.
Penso alla nostra vita insieme, a quanto poco condividiamo, a quanto poco ci raccontiamo e sappiamo l'uno dell'altra, mentre le ore e i giorni giocano a rincorrersi.
Mi fermo a pensare che forse, in fondo, la vita è tutta qui e un po' fa schifo.
Il lavoro ci trascina lontano e senza appigli non so nemmeno dove o a chi aggrapparmi.
Viaggio senza nemmeno saperlo, viaggio da sola. Perchè alla fine sono sola. Lui non sempre c'è. Ed alterno momenti in cui questa cosa mi pesa, a momenti in cui mi sento "libera" e fortunata così. Penso che ci amiamo, che i nostri progetti sono concreti e questo è un bene. Penso che ci sono coppie in cui uno dei due soffoca l'altro e tiro un sospiro di sollievo. Però poi guardo la mia immagine riflessa allo specchio e capisco che qualcosa manca e qualcos'altro mi tormenta. Passano giorni come stasera in cui nemmeno ci sentiamo, persi come siamo in una vita che non vorremmo.

Mi è sempre piaciuto scrivere, fin da che riesco a ricordare.
Da adolescente mi confidavo con il mio diario segreto dalla copertina floreale un po' rigida, convinta che bastasse un semplice lucchetto a proteggere tutti i miei sogni ed i miei desideri...
Così, finiti i compiti, prendevo penne e colori per dare un senso a quelle pagine dipinte d'un bianco spento, a cui mi piaceva affidare ogni singola emozione che, al tempo, mi sembrava unica, speciale e spesso, insensata.
Scrivevo dei miei amori un po' immaturi, di come sperassi invano che lui, il ragazzino più corteggiato della scuola, potesse finalmente accorgersi di me, una ragazzina goffa, dall'abbigliamento per nulla femminile, che tutti reputavano invisibile.
Scrivevo delle mie compagne, quelle un po' troppo cresciute per la loro età, che già all'epoca si divertivano a sporcare la loro ingenuità con i trucchi rubati alla mamma. Ed io un po' le invidiavo, convinta che fosse quello l'espediente giusto per farsi notare dal resto del mondo.
Passavo interi pomeriggi a scrivere della mia vita, quasi come se uno stupido diario potesse darmi le risposte che non ero in grado di trovare da sola.
Poi col passare degli anni, iniziai ad avvicinarmi alla blogosfera, grazie al mitico Windows98, sistema operativo del mio primo pc.
Cominciai a scrivere sul blog di Msn, per poi addentrarmi in Splinder, iobloggo e sì, blogspot.
In un tripudio di colori sgargianti con cui talvolta sottolineavo le parole "chiave", raccontavo di quanto fosse difficile crescere, tra scuola, amicizie intense ed amori non corrisposti.